Quindici giorni a Oʻahu, esplorata in ogni angolo — dalla costa sottovento a quella sopravento, dalle montagne ai reef — più una tappa a Kauai (ne ho scritto qui), e in passato Big Island, con l’eruzione del Kilauea che avevo raccontato anni fa. Abbastanza tempo, e abbastanza isole diverse tra loro, per capire una cosa semplice ma che quasi nessuno dice ad alta voce: Honolulu non sono le Hawaii. È una parte, forse la più fotografata, ma anche la più fuorviante.
Il problema di Waikīkī
Se atterri a Honolulu e ti fermi lì, vedi negozi di lusso su Kalākaua Avenue, catene di ristoranti internazionali, grattacieli di vetro affacciati sull’oceano, migliaia di turisti in fila per lo stesso scatto davanti alla stessa spiaggia. È comodo, è scenografico, ci si diverte pure — io stesso ho passato una sera splendida a guardare i fuochi d’artificio del venerdì sull’Hilton Hawaiian Village, seduto sulla sabbia con mezza Waikīkī. Ma è anche la Hawaii più “addomesticata”, pensata apposta per essere consumata in fretta tra un volo e l’altro, tra un centro commerciale e un cocktail da resort.
Il rischio è tornare a casa convinti di aver visto le Hawaii, quando in realtà hai visto una vetrina internazionale con vista oceano — la stessa, con variazioni minime, che potresti trovare a Dubai, a Cancún o alle Maldive. Le vere Hawaii sono un’altra cosa, e per vederle bisogna avere la pazienza di uscire da quei due chilometri di lungomare.
Cosa sono davvero le Hawaii
Le vere Hawaii sono le montagne dei Koʻolau che si tingono di verde dopo la pioggia, con le nuvole che si impigliano nelle creste come se non volessero andarsene. Sono i piccoli villaggi della Windward Coast, dove il tempo scorre diverso: Kāneʻohe, Kualoa, Waiāhole, con le sue baie tranquille e Mokoliʻi — quello che i turisti chiamano “Chinaman’s Hat” ma che in realtà ha un nome e una leggenda hawaiiana, quella del guerriero-lucertola Mokoliʻi trasformato in isolotto da Hiʻiaka, sorella della dea Pele. Sono i banchetti di frutta a bordo strada gestiti da famiglie del posto, il profumo di plate lunch e di poke fresco nei parcheggi dei surfisti sulla North Shore, i bambini che imparano a nuotare prima ancora di camminare.
Sono, soprattutto, un modo di stare al mondo — l’aloha spirit — che non è uno slogan da t-shirt souvenir ma un codice di comportamento reale: rispetto per le persone, per la terra (ʻāina, che in hawaiiano significa letteralmente “ciò che nutre”), per ciò che è sacro. C’è un concetto, mālama ʻāina, che significa “prendersi cura della terra”, e che non è un’espressione new age da opuscolo turistico: è un’etica di reciprocità che regola ancora oggi il modo in cui molte comunità hawaiiane vivono il proprio territorio. La terra non è una risorsa da sfruttare, è qualcosa che va restituito.
E poi, semplicemente, la bellezza
Detto tutto questo, sarebbe disonesto non parlarne: le Hawaii sono anche, fisicamente, uno dei posti più belli che abbia mai visto. Spiagge di sabbia bianchissima che sembra farina, con l’acqua che passa dal trasparente al turchese acceso in pochi metri, come se qualcuno avesse acceso un interruttore sotto la superficie. Lanikai Beach, al mattino presto, con il mare piatto come vetro e le due isolette dei Mokulua davanti. Il Waimea Canyon a Kauai, con le sue gole rosse che si aprono all’improvviso in mezzo al verde più fitto che si possa immaginare. E poi i tramonti: ogni sera, praticamente ovunque sull’arcipelago, il cielo si accende di arancione, rosa e viola in un modo che dopo un po’ smetti di fotografare e inizi solo a guardare, perché nessuna foto rende davvero l’idea.
Questa bellezza non è in contraddizione con tutto il resto — anzi, ne fa parte. Il rispetto per la cultura e per la natura hawaiiana non nasce nonostante la bellezza dei luoghi, nasce proprio da lì: è perché questi posti sono così straordinari che vale la pena proteggerli, capirli, e non ridurli a semplice sfondo.
Hoʻomaluhia e il rispetto che manca
Un esempio su tutti, e quello che più mi ha colpito: l’Hoʻomaluhia Botanical Garden, ai piedi della catena montuosa dei Koʻolau, dalla parte di Kāneʻohe. Ci sono stato, ed è un posto di una bellezza quasi irreale — montagne scolpite verticalmente, un lago artificiale immobile che le riflette, silenzio rotto solo dal canto degli uccelli. “Hoʻomaluhia” significa “luogo di pace e tranquillità”, ed è stato costruito proprio come parco di contenimento delle piene, ma anche come santuario botanico rispettoso del paesaggio circostante.
Eppure quelle montagne, per gli hawaiani, non sono uno sfondo scenografico: sono considerate wahi pana, luoghi sacri, legati a miti, divinità e alla memoria degli antenati. E lì, davanti a quel muro verde imponente, ho visto gruppi di turisti arrampicarsi sulle staccionate per il selfie perfetto, ridere ad alta voce, trattare un luogo di culto come un semplice set fotografico da Instagram.
Non lo dico per moralismo da blog di viaggi. Lo dico perché è proprio qui che si gioca la differenza tra “fare turismo” e “visitare un posto”. Le Hawaii non chiedono soldi in cambio di rispetto: chiedono solo di essere guardate con la consapevolezza che stai entrando in casa di qualcun altro, in una cultura polinesiana che esisteva molto prima dei voli low cost, dei resort all-inclusive e delle guide “10 cose da fare a Oahu”.
Un arcipelago, non un parco a tema
La cosa che mi ha aiutato a capirlo di più è stata proprio la possibilità di confrontare isole diverse. E qui vale la pena essere chiari: ogni isola hawaiiana ha una sua identità precisa, quasi come se fossero paesi diversi accomunati solo dalla stessa lingua e dalla stessa origine vulcanica.
Big Island, con i suoi paesaggi lunari di lava nera, il Kilauea che ancora oggi ricorda quanto queste isole siano “vive” e in continua costruzione geologica — quando ci sono stato anni fa, durante l’eruzione del 2018, ho capito che le Hawaii non sono un paradiso statico da cartolina, ma un ecosistema in movimento, letteralmente. Kauai, “l’isola giardino”, dove la natura è talmente rigogliosa da sembrare selvaggia anche dove l’uomo ha costruito, con la costa di Nā Pali che sembra uscita da un sogno — e che ho visto ferita ma dignitosa nei giorni dopo l’uragano Lowell, con la comunità che si rialzava aiutandosi a vicenda, senza spettacolarizzazione. E Oʻahu, che paradossalmente è l’isola più “urbana” ma che nasconde, a pochi chilometri da Honolulu, alcuni degli scorci più autentici dell’intero arcipelago.
Non esiste “la spiaggia delle Hawaii” o “il tramonto delle Hawaii”: esiste il tramonto visto dal Waimea Canyon, diverso da quello guardato sdraiati su Lanikai, diverso ancora da quello che tinge di rosso le colate laviche di Big Island.
Cosa significa davvero visitare le Hawaii
Nei miei giorni a Oʻahu ho cercato apposta di uscire dal copione turistico standard. Alcuni esempi concreti:
- Laniakea Beach, dove le tartarughe marine hawaiiane (honu) escono dall’acqua per riposare sulla sabbia. Un incontro che va vissuto in silenzio, a distanza di sicurezza, senza toccarle né disturbarle: sono specie protette dalla legge federale, e quella spiaggia è casa loro prima che nostra. Ho visto volontari locali che pattugliano la spiaggia solo per ricordare ai turisti di tenere le distanze — un piccolo esempio di quanto lavoro silenzioso ci sia dietro la conservazione di questi luoghi.
- Lanikai Beach, che ho raccontato come una delle spiagge più belle al mondo, ma che va vissuta presto al mattino, con rispetto per il quartiere residenziale che la circonda — niente parcheggi selvaggi, niente musica ad alto volume davanti alle case della gente.
- La North Shore fuori stagione turistica, con i suoi piccoli produttori, i food truck a conduzione familiare, la cultura del surf che qui non è un accessorio da vacanza ma una tradizione polinesiana antica di secoli (l’heʻe nalu, il “cavalcare le onde”, esisteva già prima del contatto con gli occidentali).
- Il Pali Lookout, dove il vento che sale dalla valle è talmente forte da toglierti il fiato letteralmente — e dove, oltre al panorama, si può ripercorrere la storia della battaglia di Nuʻuanu, uno dei momenti chiave dell’unificazione delle isole hawaiiane sotto Kamehameha I.
- A Kauai, ho scelto di spendere nei ristoranti e nelle attività a conduzione locale proprio nei giorni della ricostruzione dopo l’uragano Lowell: la vera Hawaii, in quel momento, era anche questo — capire che il turismo, fatto bene, può essere un aiuto concreto all’economia locale, e non solo un consumo passivo di paesaggio.
Non serve rinunciare alle spiagge da cartolina, alle acque turchesi o al primo giro obbligato su Kalākaua Avenue. Serve aggiungere uno sguardo diverso: rallentare, informarsi prima di partire, chiedere, ascoltare chi vive lì da sempre invece di limitarsi a “collezionare” luoghi come si fa con gli scatti di un catalogo.
Qualche consiglio pratico per chi vuole visitarle davvero
Se dovessi riassumere in poche righe come ho cercato di vivere queste settimane, direi:
- Noleggia un’auto e allontanati da Waikīkī il prima possibile. Le Hawaii vere iniziano fuori dal centro di Honolulu.
- Informati sui luoghi sacri prima di visitarli, e comportati di conseguenza: niente selfie irrispettosi su montagne, heiau (templi antichi) o cimiteri, niente scarpe su terreni segnalati come kapu (proibiti/sacri).
- Spendi localmente: piccoli ristoranti a conduzione familiare, operatori locali per le attività, mercati contadini invece delle grandi catene.
- Rispetta la fauna selvaggia: tartarughe, foche monache, delfini — mantieni sempre le distanze minime richieste dalla legge.
- Vai oltre un’isola sola, se puoi: ogni isola hawaiiana ha una personalità completamente diversa, e capirlo cambia radicalmente la percezione dell’intero arcipelago.
L’aloha spirit non si compra
Quello che ho ritrovato, isola dopo isola — da Big Island a Oʻahu fino a Kauai — è sempre lo stesso filo conduttore: la gentilezza spontanea delle persone, il senso di comunità, la resilienza che ho visto con i miei occhi a Kauai pochi giorni dopo un uragano devastante. È lì, in quelle piccole interazioni quotidiane, che si respira la vera essenza delle Hawaii, molto più che in qualsiasi boutique di lusso di Waikīkī.
Le Hawaii non sono un parco a tema tropicale. Sono una cultura polinesiana viva, con montagne sacre, tradizioni antiche di navigazione e di rispetto per la terra, acque turchesi e tramonti che tolgono il fiato, e un rapporto con la natura che meriterebbe molto più rispetto di quanto il turismo di massa gli conceda solitamente. Visitarle bene significa anche questo: capire dove ci si può avvicinare e scattare una foto, e dove invece conviene semplicemente fermarsi, guardare, e stare in silenzio.


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